Le parole del rettore

In preparazione alla Pasqua

RESPIRARE IN DIO

Francesco e le Laudi di Dio altissimo

“Un tale chiese al Rabbi: “Che strana maledizione è quella con cui Dio ha maledetto il serpente: mangerai la polvere! Se Dio gli ha dato la natura di potersi cibare di questa, mi sembra piuttosto una benedizione che esso possa trovare dappertutto ciò di cui ha bisogno per vivere!” Rispose il Rabbi: “All’uomo Dio ha detto che avrebbe mangiato il pane col sudore della sua fronte e che se gli fosse mancato si rivolgesse a Dio per aiuto; alla donna ha detto che avrebbe partorito con dolore e che, se l’ora le fosse stata troppo grave, pregasse Dio di concederle sollievo. Così ambedue sono legati a Lui e trovano la strada verso lui. Al serpente, invece, Dio ha dato tutto ciò di cui ha bisogno, perché non abbia alcuna preghiera da rivolgerGli. Così Dio provvede talora i cattivi di grandi ricchezze”.

(M. Buber, I racconti dei Chassidim)

 


Tu sei santo, Signore solo Dio, che compi meraviglie.
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo,
Tu sei onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra.
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi,
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene,
Signore Dio vivo e vero.
Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza,
Tu sei umiltà, Tu sei pazienza,
Tu sei bellezza, Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
Tu sei gaudio e letizia, Tu sei la nostra speranza,
Tu sei giustizia e temperanza,
Tu sei tutto, ricchezza nostra a sufficienza.
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore, Tu sei custode e nostro difensore,
Tu sei fortezza, Tu sei rifugio.
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede,
Tu sei la nostra carità, Tu sei tutta la nostra dolcezza,
Tu sei la nostra vita eterna,
grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Il Signore ti benedica e ti custodisca,mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.

Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.

Il Signore benedica te, frate Leone.

(Fonti Francescane 261-262)


PER IL BISOGNO DI LEONE

“Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso. Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito. Un giorno Francesco lo chiama: «Portami – gli dice – carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore». Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: «Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte». Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.”

(2 Cel 49: FF 635)


Da E. Leclerc, La sapienza di un povero

Saltando dall’una all’altra pietra, Leone si affrettò ad attraversare il torrente. Francesco gli tenne dietro, ma ci impiegò più tempo. Leone, che lo aspettava in piedi sull’altra riva, guardava l’acqua limpida che scorreva veloce sulla sabbia dorata dal sole fra le rocce grigie. Quando Francesco l’ebbe raggiunto, Leone stava ancora nella sua attitudine contemplativa. Pareva che non potesse più distaccarsi da quello spettacolo. Francesco lo guardò e lo sorprese triste.

Hai l’aria pensosa – gli disse Francesco.

Se noi potessimo disporre di un po’ di questa purezza – rispose Leone – potremmo conoscere anche noi la gioia folle ed esuberante della nostra sorella acqua, nonché il suo slancio irresistibile.

Traspariva in queste parole una profonda nostalgia. E lo sguardo di Leone fissava, colmo di tristezza, il ruscello che continuava a scorrere nella sua inafferrabile purezza.

Vieni – disse Francesco, tirandolo per un braccio.

E ripresero entrambi il cammino. Dopo una pausa di silenzio, Francesco chiese a Leone:

Sai tu, fratello, in che cosa consiste la purezza del cuore?

Nel non aver nessuna colpa da rimproverarsi – ribatté Leone senza esitare.

Allora comprendo la tua tristezza – soggiunse Francesco – giacché abbiamo sempre qualcosa da rimproverarci.

Sì – soggiunse Leone – ed è questo pensiero che mi fa disperare d’attingere un giorno la purezza del cuore.

Ah, frate Leone, credimi – ribatté Francesco; – non ti preoccupare tanto della purezza dell’anima tua. Volgi lo sguardo a Dio. Ammiralo. Rallegrati di Lui che è tutto e soltanto santità. Rendigli grazie per Lui stesso. Questo, appunto, significa avere il cuore puro.

E quando ti rivolgi a Dio così, guardati bene dal tornare a ripiegarti su te stesso. Non chiederti mai a che punto sei con Dio. La tristezza che provi nel sentirti imperfetto e peccatore è un sentimento ancora umano, troppo umano. Bisogna guardare più in alto, molto più in alto. C’è Dio, l’immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quel cuore che non cessa di adorare il Signore vivo e vero. Il cuore puro non si interessa che alla esistenza stessa di Dio, ed è capace, pur in mezzo alle sue miserie, di vibrare al pensiero dell’eterna innocenza e dell’eterna gioia di Dio. Un cuore siffatto è al tempo stesso sgombro e ricolmo. Gli basta che Dio sia Dio. In questo pensiero il cuore trova tutta la sua pace, e tutta la sua gioia. E Dio stesso diventa allora tutta la sua santità.

Dio, nondimeno, esige da noi che ci si sforzi d’essergli fedeli – fece osservare Leone.

Sì, senza dubbio – soggiunse Francesco. – Ma la santità non consiste in un compimento del proprio essere, né in uno stato di pienezza. La santità consiste, innanzitutto, in un vuoto che si scopre in noi e si accetta, e che Dio ricolma di sé nella misura in cui noi ci si apre alla sua pienezza.

La nostra miseria, allorché viene accettata, diventa lo spazio libero dove Dio può ancora creare. Il Signore non consente a nessuno di togliergli la gloria. Egli è il Signore, l’Essere unico, il solo Santo. Ma prende il povero per mano, lo estrae dal suo fango e lo invita a sedere fra i principi del suo popolo, perché prenda visione della sua gloria. Dio diventa in tal modo l’azzurro dell’anima sua.

Contemplare la gloria di Dio, frate Leone, scoprire che Dio è Dio, e Dio per sempre, ben oltre la nostra condizione umana, rallegrarci di Lui, estasiarci dinanzi alla sua eterna giovinezza, rendergli grazie per Lui stesso e per la sua misericordia che non verrà mai meno, tutto ciò costituisce la più profonda esigenza di quell’amore che lo Spirito di Dio non cessa di diffondere nei nostri cuori. In ciò, appunto, consiste per noi l’avere il cuore puro.

Ma questa purezza non si ottiene con la forza dei pugni tesi né con lo spasimo.

E come, allora? – chiese Leone.

Bisogna semplicemente spogliarci di tutto. Far piazza pulita. Accettare la nostra povertà. Rinunciare a tutto ciò che pesa, perfino al peso dei nostri peccati. Non veder altro che la gloria del Signore e lasciarcene irradiare. Ci basta che Dio esista. Allora il cuore si fa più leggero e non sente più sé stesso, come l’allodola inebriata di spazio e d’azzurro. Libero da ogni cruccio e preoccupazione, il cuore non aspira se non ad una perfezione che coincide con la pura e semplice volontà divina.

Leone ascoltava sopra pensiero, camminando davanti a Francesco. Ma a mano a mano che procedeva, sentiva il suo cuore farsi più leggero e pieno di pace.

PER IL BISOGNO DI FRANCESCO

“Il beato Francesco due anni prima della sua morte fece nel luogo de La Verna una quaresima a onore della Beata Vergine Madre di Dio e del beato Michele Arcangelo, dalla festa dell’Assunzione di santa Maria Vergine fino alla festa di san Michele di settembre; e scese su di lui la mano del Signore: dopo la visione e le parole del Serafino e l’impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo, fece queste lodi scritte dall’altro lato della pergamena e le scrisse di sua mano, rendendo grazie a Dio per il beneficio a lui fatto.”

“Il beato Francesco scrisse di suo pugno questa benedizione a me, frate Leone.”

“Allo stesso modo fece lui, di sua mano, questo segno del Tau col capo.” (FF 262)

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Dalle pagine autobiografiche di Eloi Leclerc, frate francescano internato nei lager nazisti e sopravvissuto allo sterminio (in E. Leclerc, Francesco. Un sogno da Assisi)

Andavo col pensiero alla mia Bretagna, alla città di Landernau, alla mia casa, agli anni della mia infanzia trascorsi nella gioia e nella spensieratezza… Come tutto sembrava lontano! Lontano e irreale, come un sogno. Mi dicevo: se i miei genitori mi vedessero nello stato in cui ora mi trovo, nemmeno mi riconoscerebbero.

Eravamo sfigurati, spaventosamente scheletriti, neri di sporcizia, con gli occhi sconvolti. Ah, che cosa strana è il destino umano! con i miei compagni nel cortile della scuola, o a casa con i miei fratelli e le mie sorelle, come potevo immaginare che un giorno mi sarei trovato prigioniero, affamato, agonizzante, in un treno della morte, in un luogo sperduto tra le montagne della Boemia? Quale mano invisibile e misteriosa ha potuto portarmi fino a qui? E perché?

Mi veniva in mente la canzone che una volta avevamo imparato a scuola:

Raccontaci, ruscello che nasci tra i giunchi

per gli uccelli raccontaci, ruscello

dalle fresche acque perché inizi il tuo corso?

Il ruscello aveva iniziato il suo corso, ma non sapeva dove andava né ciò che l’aspettava. Sognava «pianure bionde» e «laghi blu» dalle acque tranquille e trasparenti. La realtà era ben diversa. La realtà era davanti ai nostri occhi. Migliaia di uomini, giovani in maggioranza, morivano nel più assoluto abbandono, nella più tremenda solitudine. «E chi capiva che stava morendo, si trovava da solo». Poteva allungare la mano. La mano si tendeva, e si apriva nel vuoto. Nessuno l’afferrava. Per colmo di sventura la pioggia si era messa a cadere, fredda, persistente. Nel nostro vagone a cielo aperto eravamo intirizziti dal freddo. Non c’erano bevande calde per riscaldarci. Ma d’altronde, si può riscaldare uno scheletro? E i morti! Ce n’erano sempre di più. La maggior parte morivano di stenti. Alcuni di dissenteria; altri di erisipela. Questi erano orribili da vedersi. In una notte, in un giorno, diventavano irriconoscibili. I loro volti tumefatti, in fiamme, erano completamente sfigurati. Deliranti per la febbre, questi infelici urlavano durante la notte: volevano da bere. Le SS li facevano tacere a colpi di calcio di fucile. E al mattino trovavamo i loro corpi irrigiditi dalla morte.

Annegavamo in un mare di sofferenza. Il senso di abbandono alla ferocia degli uomini e del destino era più forte che mai. Accadde allora un fatto straordinario, per quanto di valore peculiarmente interiore.

Nel nostro vagone eravamo in quattro frati francescani. Uno di noi era in fin di vita. Già i suoi occhi si stavano spegnendo e ci aveva quasi lasciati. Ora, mentre lui moriva, il Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi ci venne alle labbra in modo spontaneo, e lo cantammo. Sembrava un comportamento insensato! Come potevamo cantare un canto simile in un simile momento?

Eppure era l’unico linguaggio che ci appariva adeguato alla dismisura di ciò che vivevamo. Le nostre voci fioche si levavano come un soffio fragile. Non era che un fil di voce, schiacciato dallo scorrere del treno e del destino. Ma era il canto dell’universo. Cantavamo lo splendore della creazione, la luce, la vita, la grande fraternità cosmica e umana.

Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,

spezialmente messer lo frate Sole,

lo quale è iorno, e allumini noi per lui.

Ed ello è bello e radiante cun grande splendore:

de te, Altissimo, porta significazione […]

Sì, come potevamo cantare un simile canto di luce in situazione di tenebre in cui l’uomo non era nient’altro che un giocattolo del destino? E – cosa ancor più sorprendente – nessuno ci obbligava! Eravamo trasportati da una forza invisibile. Era lei che cantava in noi. Non si trattava di una sfida stoica o eroica, lanciata al destino. Non era la disperata affermazione dell’uomo e della sua grandezza di fronte a un mondo che lo ignora e lo schiaccia. Non era nemmeno un’evasione mistica in un retromondo di sogno. Era tutt’altra cosa. La forza invisibile che si esprimeva in quel canto ci faceva vivere il nostro destino, in quel preciso momento, come mistero. Vivere il proprio destino come mistero è scorgere in esso una densità di senso che oltrepassa gli stessi avvenimenti. Ci si sente improvvisamente come portati da una mano onnipotente. Vive in pienezza, chi vive il proprio destino come mistero. Fu un momento unico. Una sorta di visitazione dall’alto. Un raggio di sole tra la nebbia. Poi, di nuovo tutto si spense. Eravamo stati vittime di un’illusione? No, c’era una presenza nascosta nello svolgersi della nostra vita. La domanda, tuttavia, rimaneva aperta: perché questa tragedia dell’uomo? E, in questa tragedia, perché d’improvviso il Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi? Questa domanda mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

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Conclusione – Il respiro del povero

Dall’ “Io” al “Tu”: La guarigione di Leone non nasce da uno sforzo di volontà, ma da un cambio di prospettiva. Francesco lo invita a smettere di misurare la propria purezza e a iniziare a misurare la bellezza di Dio. Le Laudi sono il diario di questo spostamento: un elenco di “Tu sei” che libera l’uomo dal peso del proprio ego.

La ferita è una feritoia: Le stigmate di Francesco e le miserie di Leone non sono segni di fallimento, ma luoghi di comunione. La santità non è pienezza di sé, ma un “vuoto accolto” che permette a Dio di diventare, come dice Leclerc, “l’azzurro dell’anima”.

Cantare nell’abisso: L’esperienza dei frati nei lager ci insegna che la lode non è un sentimento per tempi sereni, ma un atto di resistenza spirituale. Cantare il Cantico delle Creature nel fango significa riconoscere che, se Dio è Dio, allora il senso della vita abita anche nel dolore più muto.

Per “respirare in Dio” non serve essere integri, ma essere aperti.

“Ci basta che Dio esista. Allora il cuore si fa più leggero e non sente più sé stesso, come l’allodola inebriata di spazio e d’azzurro.” (E. Leclerc, La sapienza di un povero)


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🎤 Incontro pasquale con i genitori

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